La studiosa Barbara Frale sull'Osservatore Romano rilancia l'ipotesi secondo cui i monaci guerrieri ne furono in possesso fra il XIII e il XIV secolo.
(AGI) - CdV, 4 apr. - Scomparsa dalla cappella degli imperatori bizantini durante il tremendo saccheggio di Costantinopoli consumato durante la quarta crociata nel 1204, per alcuni secoli non si è saputo più nulla della Sacra Sindone. L'Osservatore Romano fa sua oggi l'ipotesi che quegli "anni oscuri" durante i quali le fonti storiche non parlano della sindone corrispondano "in realtà al periodo in cui la reliquia fu custodita in assoluto segreto dai Templari". "A suo tempo - scrive sul giornale del Papa la studiosa Barbara Frale, officiale della Biblioteca Vaticana - la tesi suscitò' molti entusiasmi poiché permetteva di dare risposte coerenti a tanti punti non chiariti che ancora permanevano sulla storia della sindone e sul processo contro i Templari".
E in realtà tra "le accuse avanzate contro di loro dal re di Francia c'era quella di adorare segretamente un misterioso 'idolo', un ritratto che raffigurava un uomo con la barba", per alcuni studiosi proprio la sindone di Torino, "chiusa in una teca speciale fatta apposta per lasciar vedere solo l'immagine del volto, e venerata in assoluto segreto in quanto la sua stessa esistenza all'interno dell'ordine era un fatto molto compromettente: l'oggetto era stato rubato durante un orribile saccheggio, sugli autori del quale Papa Innocenzo III aveva lanciato la scomunica, e anche per il traffico delle reliquie era stata sancita la stessa pena dal concilio Lateranense IV nel 1215". Secondo la Frale, che sta per pubblicare in un libro i risultati delle sue ricerche, "i Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie". Infatti "i catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto; per questo non celebravano l'Eucarestia, considerata a loro giudizio un rito privo di senso non avendo Cristo mai avuto una vera carne".
E con la sua ricerca, a trent'anni dalle prime ipotesi di Wilson sul passaggio della Sindone nella mani dei frati combattenti poi sterminati da Filippo il Bello, la studiosa vaticana ritiene di aver trovato "molti tasselli" a sostegno di questa tesi della quale allora - ammette l'articolo - la comunità scientifica rimase insoddisfatta in quanto le prove documentarie addotte apparivano tutto sommato scarse. E scrive che nella teca costruita dai Templari "la sindone portava l'immagine impressionante di quel corpo massacrato proprio come era avvenuto a Gesu' secondo i Vangeli: si vedeva tutto, la carne dei muscoli tesi nella rigidità che accompagna le prime ore dopo la morte, il volto gonfio sotto l'effetto delle percosse, la pelle strappata dagli aculei del flagello. L'umanità di Cristo sopraffatta dalla violenza degli uomini, quell'umanità - conclude - che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare".
Su che cosa sia accaduto alla Sindone dal 1204, anno in cui scomparve da Costantinopoli, fino alla sua apparizione a Lirey nel 1351, il momento in cui riappare e non se ne perdono più le tracce, le opinioni degli storici divergono. E se Barbara Frale ritiene di aver trovato nell'Archivio Segreto Vaticano, dove lavora, le prove che in questo periodo, fino alla distruzione dell'Ordine, i monaci guerrieri tenessero segretamente (a causa della scomunica che colpiva chi commerciava o possedeva illegalmente reliquie) il lino che aveva avvolto il corpo di Cristo, Alessandro Piana e il professor Scavone nel libro ''Inchiesta sulla Sindone'', di Marco Tosatti, uscito proprio in questo giorni per Piemme, esprimono qualche riserva in merito, anche se non negano del tutto l'ipotesi. Chiunque la detenesse, si legge nel libro di Tosatti, si può ritenere che ''la Sindone fosse in Borgogna, (Besancon) dal 1208 circa fino al 1351. Besancon la rivendicava; abbiamo un arrivo documentato in maniera plausibile da Othon de la Roche, in Atene, che la ricevette per i suoi servizi, e una strada molto plausibile che la conduce fino a Jeanne de Vergy, discendente di Ottone e proprietaria della Sindone di Ottone grazie al suo matrimonio con Geoffroy de Charny circa nel 1351-1354''.
Per Tosatti, ''forse la forza maggiore dell'ipotesi di Besancon è il letteralmente assoluto silenzio sulla Sindone nelle altre maggiori ipotesi: se la Sindone non era a Besancon dove si è detto e si è reclamato che fosse, durante il famoso gap nella sua storia, era da qualche altra parte, non nominata, non reclamata, non attestata e non documentata''.Nel suo libro Marco Tosatti smonta invece le conclusioni dell'indagine con il Carbono 14 che vent'anni fa datarono il lenzuolo come medievale: un errore di calcolo matematico, riguardante il margine di compatibilita' degli esami, verificato all'Universita' La Sapienza e ammesso da quella di Oxford nega validita' scientifica all'indagine. (AGI) Siz 041853 APR 09 Red/Vai
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4/4/2009
«L'idolo per cui furono condannati era Cristo»
La scoperta L'autrice lavora nell'Archivio segreto della Santa Sede
La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»
«L'idolo per cui furono condannati era Cristo»
CITTÀ DEL VATICANO — Ora lo sappiamo: i Templari, in effetti, adoravano un «idolo barbuto». Però non era Bafometto, come volevano gli inquisitori che li processarono per arrivare a sciogliere nel 1314 l'ordine più potente e illustre del medioevo cristiano, il «grande complotto innescato nel 1307 dal re di Francia Filippo IV il Bello». E non era neanche un idolo, in verità, per quanto senza dubbio fosse barbuto: l'oggetto della loro venerazione era la Sindone, il telo di lino che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù e ne reca impressa l'immagine. Furono i Cavalieri a custodire in gran segreto la Sindone nel secolo e mezzo in cui se ne perdono le tracce, dal saccheggio di Costantinopoli del 1204 alla ricomparsa in Europa a metà del Trecento. Si tratta di argomenti sui quali fioccano le bufale e il 99 per cento di ciò che si racconta, Umberto Eco docet, è «spazzatura».
Ma qui la fonte è più che affidabile: lo scrive l'Osservatore Romano, anticipando alcune pagine de «I templari e la sindone di Cristo», il nuovo libro di Barbara Frale che il Mulino pubblicherà entro l'estate. L'autrice è una giovane e serissima ricercatrice dell'Archivio segreto vaticano che da anni studia e scrive dei Templari. Attingendo ai documenti del processo, cita tra l'altro la testimonianza della «prova d'ingresso», nel 1287, di «un giovane di buona famiglia del meridione francese», Arnaut Sabbatier: «Il precettore condusse il giovane Arnaut in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati del Tempio: qui gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi».
Nel 1978 fu lo storico di Oxford Ian Wilson, ricorda la studiosa, il primo a sostenere la tesi che il misterioso «idolo» barbuto dei Templari fosse in realtà il telo rubato dalla cappella degli imperatori bizantini nel 1204, durante la quarta crociata, e che i Cavalieri l'avessero custodito in segreto. Ora Barbara Frale spiega di aver trovato «molti tasselli mancanti» a sostegno della teoria. Fonti inedite che spiegano anche le ragioni dell'adorazione e della segretezza. «I Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie», scrive. «I catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto». Che l'avessero trafugata i Templari o fosse stata comprata, doveva rimanere celata: sui responsabili del saccheggio pendeva la scomunica di Papa Innocenzo III. Ma era una reliquia potente e ne valeva la pena: «L'umanità di Cristo che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare. Questo è qualcosa che per l'uomo del medioevo non aveva prezzo».
Gian Guido Vecchi
05 aprile 2009 www.corriere.it