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Raffaele Licinio

Federico II
Un libro di Marco Brando indaga nel mito, controverso in Italia e ignorato in Germania

Estratto da: Corriere del Mezzogiorno - BARI
Sezione Cultura, data: 10/10/2008, pag. 19

di RAFFAELE LICINIO

Pubblichiamo uno stralcio dalla prefazione del medievista Raffaele Licinio al libro di Marco Brando «Lo strano caso di Federico II di Svevia», in uscita la prossima settimana per le edizioni Palomar

«Professore, lei mi ha distrutto un mito!». Avevo appena finito di parlare, in una conferenza, della politica economica di Federico II nel regno di Sicilia. Lei, una signora di mezz'età, mi si era avvicinata col passo sinuoso delle baiadere, ostentando abiti firmati ed erudizione sommaria, la bocca dispiaciuta a cuoricino. Gli ori al collo e al braccio le tintinnavano di sdegno e delusione. Dopo avermi calato sul collo la sua frase, sibilante come la lama di una ghigliottina, era rimasta a guardarmi in silenzio per un po', svuotata di obiezioni e di punti di riferimento. Poi mi strinse la mano - ed era invece una dichiarazione di guerra - raccolse il suo smarrimento e la sua dignità di «fan federiciana » ferita nel profondo, e si allontanò scuotendo il capo, il cuore e le collane. Non l'ho più rivista. In compenso, ogni volta che parlo in pubblico di Federico II mi si avvicinano le sue mille sorelle e i suoi mille fratelli, tutti a lamentarsi per il loro «mito» personale che io, parlando da storico di storia, avrei «distrutto». Ho imparato a riconoscerli, nel pubblico che mi ascolta, ancor prima di iniziare a parlare. Ho imparato a seguirne e capirne le smorfie di sofferenza. Ho imparato, anche, a rispondere ai loro lamenti. «Professore, ma lei così mi distrugge un mito!». Nossignori, rispondo ora, non vi ho distrutto alcun mito, perché per voi Federico II non è un mito, è un sogno a colori. Anche a me piace sognare. Ma mi piace anche svegliarmi, prima o poi, per non rischiare che il sonno duri così a lungo da rischiare il coma. E dal coma conviene svegliarsi, prima o poi.

Il libro di Marco Brando che state per leggere può sicuramente aiutare a svegliarsi, di tanto in tanto, chi per comprendere Federico II e la sua età sceglie unicamente la chiave del mito o del sogno. Ma definirlo un medicinale o un antidoto sarebbe pubblicità ingannevole. Piuttosto che opera di «demitizzazione», esso è, innanzi tutto, sui modi in cui l'imperatore svevo è interpretato nella cultura di massa contemporanea, un esempio di informazione corretta e documentata. Che riesce a far coesistere forme e metodi dell'indagine giornalistica con i risultati della ricostruzione storica puntuale e circostanziata. Un libro, anche grazie alla gradevole penna dell'autore, da gustare pagina dopo pagina. Per sottrarsi alla logica del tifoso-federiciano-oltre-ogni-limite, ma anche per evitare di assolutizzare i risultati della ricerca storica. In due parole, un libro per imparare a capire. (...) L'articolazione del mito federiciano che (Brando) propone di analizzare come «strano caso» è tripartita: nel Mezzogiorno, nell'Italia centro-settentrionale, nella Germania; ovvero, usando le rispettive categorie medievali, nel regno di Sicilia, nell'Italia comunale, nei territori tedeschi dell'Impero. Ed è scandita in termini irrimediabilmente contrapposti: mito positivo nel regno meridionale, con punte che assumono dimensioni massive nella Puglia d'oggi; mito negativo nel-l'Italia dei Comuni, sino a identificare l'imperatore svevo con la barbarie; mito oscurato e rimosso nella Germania contemporanea, a dispetto dell'esaltazione compiuta da Ernst Kantorowicz in un'opera che, pur datata, continua ad avere ancora oggi un pubblico fedele e appassionato.

Ma è la stessa tripartizione che, profondamente innestata e riconoscibile nella cultura contemporanea, continua a manifestarsi in occasioni e circostanze anche impensabili. Agli esempi che ci propone Marco Brando ne aggiungo un altro, recentissimo e altrettanto eloquente. Intervistato da la Repubblica dell'11 settembre scorso a proposito di voci che vorrebbero la nota attrice Sabina Guzzanti sotto inchiesta per la sua satira contro papa Ratzinger, un grande protagonista della cultura contemporanea, il premio Nobel Dario Fo, che al mondo medievale continua a dedicare la sua attenzione, ha risposto citando inaspettatamente Federico II: «È una vergogna. Peggio: è fascismo… L'accusa è di vilipendio al Papa, per una norma che ci riporta indietro ai Patti Lateranensi. Leggi fasciste, appunto. È un nuovo passo indietro. Di questo passo torneremo alla legge di Federico II di Svevia contro i " jugulares obloquentes", contro i giullari triviali sparlatori. La legge di Federico incitava i cittadini a bastonare i giullari che si permettevano di insultare le autorità costituite, anche procurando loro la morte…». E qui, nel ricordo dello Svevo come tiranno, è il segno negativo a prevalere.

C'è qualche minimo comune denominatore, in questa scansione tripartita del mito federiciano? Almeno due possiamo rintracciarli e definirli agevolmente, nel loro intreccio coerente e reciprocamente giustificativo: il rapporto con le identità (vissute, inventate o negate), e il vuoto di memoria. Esemplifichiamo sulla Puglia. A tutti i pugliesi intervistati da Marco Brando, a qualunque livello sociale e culturale appartengano, Federico II (anzi, Federico, come familiarmente lo chiamano quasi tutti: ed è la spia della loro non-distanza dal personaggio) appare, implicitamente o più spesso esplicitamente, l'emblema della pugliesità, la raffigurazione piena e completa dell'identità pugliese. (... E) a Brando non sfugge quanto il mito positivo federiciano in Puglia si presenti in realtà, come da tempo vado sostenendo, come una sorta di «mitomotore», cioè, in sintesi estrema, come il «mito politico costitutivo» di una comunità. (...)

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