Logo

Sei in: REC - Torna alla home page di Storiamedievale.net

Giulia Notarangelo

“I misteri di San Pietro” 
Copyright

 


Libro chiama libro… potrei affermare, parafrasando un antico detto: “Sonno chiama sonno…”, nel senso che alcune citazioni incontrate nel bel romanzo della Kalogridis, “Alla corte dei Borgia”, come i giardini del Belvedere e l’acciottolato di San Pietro, hanno suscitato in me la curiosità di saperne di più su questo tempio della cristianità e  sulla piazza che lo circonda.

Ed eccomi alle prese con uno stimolante libro di R. A. Scotti: “I misteri di San Pietro”, affascinata e stupita di fronte a questa “metafora del paradiso” sulla terra, di fronte ad una folla di papi e di artisti, tra i più grandi: da Bramante a Raffaello, da Michelangelo a Bernini,  di fronte ad una città, Roma, in continua evoluzione…

E’ un viaggio attraverso secoli di impegno, di dispendio di risorse e di energie, tra vicende piccole e grandi, tra squarci di quotidianità e grandi eventi storici, fino alla realizzazione, dopo più di un secolo, di quella “porta del cielo”, che è San Pietro.

Un’avventura senza fine, la sua, come senza fine è l’infinito di Dio per chi è credente. La riedificazione di San Pietro è una vicenda legata alle sorti di Roma, in un susseguirsi di stagioni più o meno propizie, in un alternarsi di attori e comprimari, tra una moltitudine di artigiani e di maestranze, con sistemi e metodi di costruzione che hanno dell’incredibile per quei tempi!

Credenti o no, non si può non rimanere affascinati da questo lavoro a tutto tondo della Scotti, una studiosa americana che adora Roma e l’Italia, sin da quando era studentessa diciannovenne, e sente la necessità, anzi l’urgenza, di indagare sulle radici del suo stupore e della sua meraviglia. Ce lo racconta lei stessa nella premessa, quando si trova di fronte, per la prima volta, Piazza San Pietro, in una prospettiva insolita: non da Via Della Conciliazione, bensì dal porticato del  Bernini.

E un certo stupore lo abbiamo provato tutti affacciandoci in questa piazza, che  piaccia o meno San Pietro, questo incredibile puzzle, questa sintesi in pietra, questa mirabile giustapposizione di stili, con una enorme testa (la cupola), un corpo oblungo (la facciata) e due enormi braccia (il porticato del Bernini), pronte ad accogliere la moltitudine dei pellegrini che avrebbero invaso nel corso dei secoli Roma.

E’ una Roma rinata quella che dobbiamo a Giulio II, il papa che decide di abbattere la vecchia chiesa “basata sulla pianta della basilica secolare della Roma imperiale: fori rettangolari coperti,…tribunali e mercati”; è una Roma che da “villaggio medievale”, intervallato da pascoli e boscaglia, si trasforma a poco a poco, grazie ad un’intelligente opera di ristrutturazione, in una città rinnovata, che ha il suo “centro”, ovvero la sua forza centripeta, in una nuova chiesa: San Pietro.

Le antiche glorie della Città eterna, legate all’epoca repubblicana ed imperiale, sembrano rivivere grazie a Giuliano Della Rovere, nipote d’arte - lo zio era Sisto IV - rimasto “in anticamera” per vent’anni, prima di diventare papa col nome di Giulio II.

Celeste e quasi guidata da una mano soprannaturale, appare la collaborazione tra arte e religione; un’arte intesa come instrumentum fidei, un mezzo che attraverso la sua scrittura iconografica riusciva a far apprendere anche i dogmi più complessi alle moltitudini incolte.

Il procedere dei lavori della nuova Basilica vide sia momenti di febbrile operosità che fasi di stallo, per le note vicende legate alla Riforma protestante ed alle contese internazionali che culminarono nel “Sacco di Roma”. Fu un itinerario ad ostacoli, tra intrighi e gelosie, tra incomprensioni e progetti incompiuti od in fieri, non ultime le bizze, sia da parte dei committenti (i papi) che degli esecutori (gli artisti).

Sintomatica è la fuga di Michelangelo da Roma - che apre il libro -, in seguito a malintesi con il papa (Giulio II).

Paradigmatica è la vicenda della cupola od anche della pianta da adottare per la nuova basilica: croce latina o croce greca?

Ildilemma sorse sin dai tempi del Bramante, colui che unanimemente è considerato l’artefice “dell’anima” di San Pietro, il primo a cui fu affidato il compito della sua riedificazione.

Costui, amante della classicità e figlio del Rinascimento, prima ancora di incominciare i lavori, aveva studiato a lungo i monumenti più significativi della romanità, soprattutto quelli che avevano resistito all’usura del tempo.

Il suo intento era di creare, nel nuovo tempio cattolico, una sintesi tra la Basilica di Massenzio ed il Pantheon.

Il “centro”, ovvero il punto di partenza del suo progetto, era il “martyrium” - la antica tomba di Pietro - intorno alla quale avrebbe dovuto svilupparsi il nuovo tempio del Cattolicesimo, procedendo “verso l’esterno”, con la costruzione dei pilastri e poi della cupola, come se lo spazio dovesse moltiplicarsi, in un’ansia di infinito, che si esprime anche nella scelta della croce greca, più ordinata ed  armonica per il ponderato equilibrio tra i quattro bracci (di uguale lunghezza).

Quello di Bramante era un progetto in evoluzione, in perpetuo fieri; la sua mente era una fucina permanente che proponeva le sue varianti al pontefice-committente, ma finiva col dilazionarne l’esecuzione. Era come se la sua opera volesse s/FUGGIRE, nella sua prevedibile imprevedibilità, a limiti spazio-temporali, e seguire un destino racchiuso nel “nome” del suo demiurgo, Bramante, da intendere nel senso letterale del termine (bramante = colui che brama).

O forse l’intenzione di questo artista era lasciare imperitura una storia infinita, quella della riedificazione della nuova San Pietro?

Causa scatenante di eventi come la Riforma protestante e la Controriforma cattolica fu proprio quella “fabbrica di San Pietro”, con la “svendita dei biglietti per il paradiso”: le indulgenze, che provocarono conseguenze che il povero pescatore di anime non avrebbe mai  immaginato.

Nella mia ultima passeggiata nella Città Eterna ho voluto ripercorrere, da pellegrina del XXI secolo, questo mio ultimo itinerario librario. Purtroppo i riti pasquali non mi hanno consentito di entrare in “Basilica” (una curiosità: è questo il titolo originale inglese dell’opera). Ho potuto però osservare da vicino, l’eleganza, la sontuosità e le meraviglie dei palazzi raccontati dalla Scotti. Penso a Palazzo Riario (oggi Corsini) ed a Villa Chigi (oggi Farnesina) in Via della Lungara, ampiamente citati e teatri di importanti vicende, in questa storia.

Ho rivissuto le atmosfere che la scrittrice americana aveva voluto regalarmi con la sua scrittura plastica e ricca di fascino; una scrittura che spesso esula dal fatto meramente religioso od architettonico e fa di questa vicenda l’epifania di una città: Roma.

Si tratta qui della sua storia, che si costruisce anche nelle botteghe e nelle casupole, non solo nelle grandi dimore, nelle guerre e nella pace, da Romolo e Remo fin quasi al Settecento.

Indimenticabile rimane la descrizione di un banchetto  in casa di Agostino Chigi per festeggiare l’elezione di Leone X. (Erano i Chigi una famiglia di banchieri che avrebbero dato alla Chiesa persino un papa, Alessandro VII).

In quella circostanza le stoviglie d’oro massiccio vennero lanciate, dopo l’uso, nel Tevere, su cui il palazzo si affacciava; questo modo di procedere suscitò la sorpresa degli illustri convitati, in un tripudio di ostentazione, di magnificenza e di lusso…

Subito dopo la partenza degli ospiti venne dato l’ordine alla servitù, da parte dello stesso Agostino, detto “il Magnifico”, di recuperarle e ciò fu possibile grazie ad un sistema di reti che erano state opportunamente disposte sul letto del fiume il giorno prima…

Raccapricciante, invece, è il racconto del “Sacco di Roma”, causato dalla insipiente  politica di  papi come Clemente VII (de’Medici, come Leone X).

Dopo una lunga stasi per la “fabbrica di San Pietro”, dovuta a questi tragici avvenimenti,non solo Roma, ma anche la Chiesa, comincia un processo di riedificazione.

Sarannoi papi Borghese (Paolo V) e Barberini (Urbano VIII), coloro che porteranno a compimento quel monstrum architettonico che è San Pietro, divenuto un palcoscenico per i pontefici e gli artisti più importanti del tempo (Della Porta, Maderno,  Bernini, per citare gli ultimi).

Tanti gli episodi, gli aneddoti e i retroscena che questo libro ci svela, non ultima la trasformazione definitiva della pianta: dalla croce greca”troppo bizantina”del progetto originario del Bramante a quella latina che Paolo V ed il Maderno ritennero più adatta a “contenere grandi folle di persone”

Attraverso la lettura delle pagine della Scotti ho scoperto un nuovo universo, un universo variegato: un San Pietro dietro le quinte; mi sono sentita a tu per tu con papi ed artisti di genio; ho ammirato la loro grandezza, ma ho conosciuto anche le loro debolezze, le meschinità, le ambiguità…

Sono rimasta senza parole di fronte al dis/INTERESSE di un grande, come Michelangelo, che accettò di ridisegnare la cupola gratis  a patto di sovrintendere da solo ai lavori, essendo divenuta ormai la “fabbrica di San Pietro” una Congregazione per opera di Sisto V.

Ho anche appreso della vanità e della giovanile esuberanza di personalità come Raffaello o Bernini.

Spesso, durante la lettura, mi son trovata di fronte a nozioni di ingegneria e di architettura; il tutto ha alimentato ulteriormente il mio desiderio di apprendere e di scoprire nuovi orizzonti, dovendo ricorrere all’aiuto di colleghi docenti, esperti nel settore.

E’ questo un libro transdisciplinare, il libro di una storia speciale, quella della rinascita di una basilica, ma è anche la storia di un rapporto a due, che diviene simbiotico, laddove il papa non è soltanto un capo religioso, ma anche un principe-mecenate, e l’artista è un mago che ne realizza i desideri.

Geniale è la collaborazione tra la committenza e l’esecuzione, anche se spesso è indotta dalla protezione di qualche potente.

E’ ciò che accade al giovanissimo Raffaello ed al Bernini, raccomandati rispettivamente dal Bramante e dal cardinale Maffeo Barberini (il futuro Urbano VIII).

Mi ha colpito la metafora di San Pietro “corpo della Chiesa”, in un tentativo di rinnovellare la gloria di Cristo con un’immagine di “ecclesia triumphans”, nata sulle vestigia dell’antica basilica costantiniana.

La nuova San Pietro, parte integrante della ”novella Jerusalem”, risorta al di là del Tevere, per volere dei cesari-papi con una testa (il cupolone), due braccia (il doppio porticato), quattro file di colonne e le statue gigantesche in alto, quasi sentinelle del cielo, su una piazza che occupa lo stesso spazio del Colosseo, diventa davvero il cuore del nuovo “Palatino cristiano”! 

Giulia Notarangelo

 

© Copyright. Questo testo è tutelato dalle norme internazionali sul diritto d'autore. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita dei contenuti, riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato. E' vietata la pubblicazione e la riproduzione per fini non esclusivamente personali dei contenuti e dei commenti firmati, senza il consenso scritto dell'autore.

 


SU
HOME
Scrivi al webmaster