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Giacomo Annibaldis

In «Terra di Bari» chiese, torri e casali del Medioevo perduto 
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Un muro di conci irregolari, sventrato nel punto dove forse era inserita una finestrella; e la piccola abside che insiste sulla parete residua della navata, a spioventi. È questo il rudere di una chiesetta medievale, San Martino Claps, che sorge là dove si estendeva un tempo la campagna di Molfetta. Ora l’edificio sacro, giunto fino a noi diruto, è ormai accerchiato dalle costruzioni periferiche urbane e dai capannoni industriali. Solo la «pietas» dei cittadini ha salvato il salvabile e ha circondato questi resti con una cornice di cortesia: un piccolo prato con cespugli, l’imman - cabile e simbolico ulivo, le palme e i bianchi sassi. Così ci appare questo tempietto in una illuminante fotografia di Maurizio Triggiani, un ricercatore che si è assunto il compito di fare un censimento di Insediamenti rurali nel territorio a nord di Bari dalla tarda antichità al Medioevo (edito da Edipuglia, pp. 239, euro 30), un «repertorio dei siti e delle emergenze architettoniche», prima che il tempo e l’incuria concludano la loro distruzione. Un progetto ideato da Pina Belli D’Elia, che tende a inserire queste risultanze in un contesto non solo storico, ma anche paesaggistico e artistico.

D’altronde la distruzione è sempre in agguato. Come dimostra l’episodio del 2002, quando nel mese di agosto le ruspe cancellarono definitivamente la chiesetta di S. Aneta presso Bitonto, sulla strada per Molfetta, una delle più interessanti e problematiche testimonianze dell’architettura rurale pugliese, che molto poteva illuminare, benché ridotta a rudere. Ora, però, è un mucchio di sassi, e soltanto le foto ci parlano dell’ampia abside della chiesa dell’XI secolo, con un’interessante struttura di volte e una muratura apparentemente a secco. Quante realtà di questo genere rischiano di scomp arire? La ricerca effettuata da Triggiani contribuisce a comporre una mappa costellata di chiese, monasteri, casali, torri: insomma persistenze e preesistenze di u n’antichità che si è amalgamata con tracce di età medievale, e ora direttamente minacciate di dissoluzione per l’espandersi di strade e strutture metropolitane.

Non tutta la Puglia è passata al setaccio, ma solo un territorio significativo: quello dei comuni di Bari, Bitonto, Bisceglie, Giovinazzo, Terlizzi, Modugno, Ruvo, Bitetto, Ceglie del Campo. Attraverso questo catalogo, gli insediamenti lanciano segni di riconoscimento e sussurrano una storia fragile; perché questi edifici - se non ambiscono a occupare spazio nella storia dell’arte, per la loro umiltà - pure portano l’impronta di una vita quotidiana non trascurabile. Già il solo proliferare di insediamenti di chiese rurali soprattutto a partire dal V-VI secolo doveva rispondere - ha sostenuto Giuliano Volpe - all’esigenza di promuovere l’espansione, in alcuni casi forzosa, del cristianesimo, con un passaggio dai riti e dai culti pagani a quelli cristiani. Nei secoli successivi, le chiese pievane si animavano durante le festività con l’accorrere dei contadini sparsi nella campagna, ma anche per le piccole fiere agricole che richiamavano venditori dalle città e dai paesi. Diventavano non solo spazi di culto, ma anche luoghi dell’amministrazione civile: qui si stipulavano atti amministrativi e sociali (non solo contratti, ma anche donazioni, eredità, vendite). Qui si legavano affetti e si pianificavano matrimoni. Le chiese e le terre limitrofe erano spesso appannaggio di ordini religiosi; spesso dei benedettini, come quelli di Cava e di Aversa, in Campania. A volte qui si insediavano monaci ed eremiti: come i pulsanesi, scesi dal Gargano, dove san Giovanni da Matera aveva fondato la casa madre. Dal santuario di Montevergine, invece, dipendeva la chiesetta di San Giorgio, presso Bari; e nei documenti viene ricordata una chiesa nell’agro di Bitetto edificata direttamente da Guglielmo da Vercelli, il fondatore del santuario irpino. Chi viaggia sulle provinciali (o sull’autostrada) avrà visto, nei pressi di Bisceglie, svettare alcune torri, solitarie nelle campagne. La loro presenza, accomunata alle strutture fortificate (la cinta muraria) farebbe pensare a un’eredità bizantina di edifici posizionati lungo le direttrici viarie che collegavano le città costiere con l’interno. E, in seguito, usate per la difesa dagli attacchi saraceni.

La ricerca tende, con l’aiuto delle precedenti pubblicazioni di studiosi locali, di trovare corrispondenze tra i luoghi esistenti con i nominativi affioranti nei documenti medievali: un affascinante gioco di individuazione, un lavoro investigativo che tien conto anche delle etimologie dei toponimi, che possano illuminare sulle origini e la persistenza. Lo scavo si avvale anche di indagini universitarie (fra le tante, soprattutto quelle del medievista barese Raffaele Licinio), che costituiscono una base sicura cui ancorare i dati documentari e ricostruire ruolo, attività agrarie o cultuali e possesso degli insediamenti rurali nel territorio di Terra di Bari. Di alcuni casali, citati nei documenti, si sono perse le tracce: come quello di Maliano, che doveva sorgere presso Bari e aveva annessa una chiesa dedicata a S. Benedetto, documentata nel 1071; o come quello di Saulano con la chiesa di S. Prisco. Destino che imcombe sugli altri edifici, riducendo le campagne e le periferie a «non luoghi» di edifici fantasmi.

Gazzetta del Mezzogiorno 08/11/2008

 

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